La concorrenza fiscale deve essere celebrata, non denigrata.
La concorrenza fiscale deve essere celebrata, non denigrata. È una forza potente per la liberalizzazione economica che ha contribuito a promuovere una buona politica fiscale nei paesi di tutto il mondo. Anche gli economisti dell’OECD/OCSE hanno ammesso che “la libera capacità degli imprenditori e dei privati, di scegliere la posizione per le loro attività economiche “COMPENSA” le carenze dei processi di “budgeting” dei governi, limitando la tendenza a spendere fuori mistura e a tassare eccessivamente i cittadini”, vittime dell’incompetenza involontaria e deliberata di gruppi politici controllati dal capitalismo di primo livello.
Ma cos’è la competizione fiscale?
Secondo gli schemi ideologici dei principi dell’economia più basica e più generalmente condivisa, qualora, per un esempio, in una città ci fosse solo una pompa di benzina, i consumatori di quella città avrebbero poca influenza sui prezzi e sulla qualità del servizio offerti da quella pompa. In assenza di competizione, la pompa di benzina, se gestita da persone orientate al profitto alla maniera italiana, avrebbe pochi incentivi a mantenere i prezzi contenuti, a tenere aperto in orari serali, notturni e festivi, e a migliorare continuamente tutti i suoi parametri di servizio. Ma se le pompe di benzina fossero molteplici, i loro proprietari sarebbero indotti a prestare più attenzione alle esigenze dei clienti per poter estendere la loro permanenza nel business. E questo significherebbe prezzi di mercato, copertura del servizio in orari scomodi, miglioramento dello standard di servizio. La competizione pare che migliori le prestazioni economiche generali. Affari di ogni tipo, quando sono messi sotto pressione dalla competizione, sono costantemente stimolati a migliorare la qualità dei prodotti e servizi venduti, ad offrirne di nuovi e a contenere i prezzi, per attrarre e trattenere l’interesse del consumatore. La pressione della competizione incoraggia una migliore allocazione delle risorse e stimola l’efficienza economica. Questo è il motivo per cui le economie di mercato tendono a crescere più rapidamente ed offrono migliori standard di vita.
La competizione fra i governi in materia fiscale ha effetti ugualmente desiderabili in economia. Nazioni dotate di politiche fiscali non inibitorie potranno godere di maggiore offerta di occupazione e attrarre maggiori investimenti, un po’ come la pompa di benzina che offre migliori servizi a prezzi contenuti attrae più automobilisti. Ma la competizione giurisdizionale non è solo competizione fiscale. Norme regolamentari, politica monetaria, disciplina degli scambi, legislazione commerciale e del lavoro sono altri esempi di interferenze positive o negative che i governi possono esercitare sui contesti economici, per modificarne sostanzialmente le prestazioni mandandoli a crescere o a decrescere, dei loro territori. E da ciò si ha un maggiore o minore flusso di capitali e di lavoro verso il, o dal, territorio in questione, a seconda della strada che si è scelto di intraprendere.
La competizione fiscale è solo un aspetto di questo confronto fra Stati, ma è sempre più importante a causa della crescente mobilità dei capitali e del lavoro. Qualunque lavoratore, sia che lavori in proprio che come dipendente di qualcun altro, vuole ottenere la migliore ricompensa dopo che gli sono sottratte quelle quote del suo reddito a titolo d’imposta; desidera avere il miglior rendimento del suo lavoro e del denaro che ha investito; la ricerca di opportunità di profitto non è mai stata limitata dai confini nazionali. Non sorprende, quindi, se non per pretesa e pretestuosa falsa sorpresa, che gli investitori e i lavoratori tendono ad abbandonare le aree sottomesse alla tirannia e all’iniquità degli erari malevoli, e ad evitare di spendere tempo, denaro e lavoro in quelle nazioni che impongono regimi fiscali punitivi, oneri fiscali insostenibili e condotte di politica monetaria pianificata per peggiorare lo stato di recessione. Al contrario, queste risorse gravitano attorno a nazioni e territori che ricompensano il settore privato e la creazione di ricchezza, esattamente come accade nell’esempio degli automobilisti dell’esempio di prima, che, dopo aver sofferto i prezzi e i disservizi di alcune situazioni di rifornimento, si ritrovano a scegliere la pompa di benzina che offre il miglior rapporto fra qualità e prezzo.
Naturalmente non è sorprendente neppure il fatto che i politici di quelle nazioni ad alta oppressione fiscale si dimostrino determinati e contrari alla concorrenza fiscale. L’antagonismo fiscale, anche se consente loro, come titolari privati di ingenti patrimoni, rastrellati durante la loro attività politica, di proteggersi dall’oppressione fiscale, inibisce il loro potere coercitivo di irrigidire senza limiti la politica fiscale; conseguentemente diminuisce la loro capacità di servire bene i loro padroni che sono poi i beneficiari ultimi del sangue versato dai contribuenti, controllando direttamente le banche centrali e le economie degli Stati dominati.
E, tornando all’esempio della pompa di benzina, quella inefficiente, quella che, in regime di monopolio, praticava le tariffe più alte e non prestava servizio fuori orario, o durante i festivi e i prefestivi, proprio come il titolare di quella pompa, che aveva un giro di clienti infelici e vessati, odierà il sopraggiungere di concorrenti che lo forzano a lavorare meglio e ad abbassare le tariffe, i politici non amano i loro colleghi concorrenti che, dando esempi virtuosi di politica fiscale ordinata alla crescita economica e non al sopruso sul cittadino, li costringono indirettamente ad un comportamento più responsabile, per attirare l’attività economica o per evitare di perderla.
La gran parte della battaglia della concorrenza fiscale ruota intorno al trattamento fiscale del capitale. I fondi d’investimento possono attraversare i confini nazionali con un click del mouse di un computer e la mobilità rende molto difficile mantenere elevate aliquote fiscali o imporre tasse discriminatorie sul reddito che viene risparmiato e investito. Questo aiuta anche a spiegare perché con tasse elevate i governi sono così desiderosi di ottenere la possibilità di tracciare – tassare e soprattassare – i capitali in fuga verso i territori più felici.
Dove i confini nazionali sono relativamente flessibili con l’immigrazione, l’imposizione fiscale sui redditi dei lavoratori e sui talenti imprenditoriali attira sempre di più l’attenzione dei governi rapaci più voraci. Molti francesi, per esempio, si muovono verso le Isole Vergini Britanniche, o verso il Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del nord, per tentare di schivare l’oppressione del proprio regime (i costi d’avviamento per costituire una società a Londra sono ridicoli se confrontati con le spese in Italia e in Francia. Non ci sono spese notarili e il capitale sociale minimo da versare è di una sterlina. Il Regno Unito non si può dire che sia un vero “paradiso fiscale“dove sia opportuna la Costituzione di società offshore, anche se non ha gli stessi livelli di oppressione fiscale che si hanno in Italia, in Francia e nel resto dell’Unione Europea. Nel Regno Unito, sui redditi che non superino le 300 mila sterline all’anno, l’imposta – corporation tax – è del 24%, e avrebbe dovuto essere del 22% a partire dal 2012; è in concorrenza fiscale con Dublino che ha un’imposta sui redditi del 12,5%); altri dal Canada si trasferiscono in alcune località statunitensi (vedi Delaware), come accade anche a diversi investitori competenti che spostano i loro capitali su Hong Kong e Taiwan.
Simili fenomeni migratori, indotti dalla tirannia dei governi inefficienti e dalle iniquità degli uffici erariali malvagi, avvengono in molte altre parti del mondo; il fenomeno dei lavoratori “voto con i piedi” ha prodotto una certa angoscia in alcuni Stati ad elevata pressione fiscale e ha portato anche alla stesura di sconsiderate proposte, come quella di dare ai governi l’autorità di esercitare il loro potere arbitrario di esazione fiscale su tutti i loro sudditi, senza tener conto di dove essi siano residenti o su dove essi vivano.
Alta imposizione fiscale e crescita economica
L’alta imposizione fiscale sui risparmi e sugli investimenti
(sul capitale) è come un parassita che si mangia le sementi della
crescita economica. Le imposte sui dividendi, sugli interessi, sulle
plusvalenze e sulle morti, sono tutte forme di prelievo punitive per i
soggetti che risparmiano e che investono.
Come giustamente osservato dall’American Enterprise Institute:
Purtroppo, i politici sono indotti a far credere di essere convinti che sia un espediente logico quello di imporre alte aliquote fiscali e diversi livelli d’imposizione fiscale
sulle quote di reddito risparmiate e investite. Durante tutto il tempo
che è passato dalla seconda guerra mondiale, i sostenitori di riforme
fiscali finalizzate alla crescita economica sono stati impossibilitati a
far comprendere questi fenomeni elementari. Ed ecco che le nazioni,
sistematicamente, hanno imposto diversi livelli di tassazione sul
reddito e sul risparmio investito, raggiungendo livelli di pressione fiscale che giungevano e giungono al 70%.
Tuttavia, dato che le risorse produttive travalicano i confini delle
nazioni, talvolta emergono fenomeni teorici che vengono identificati con
la generica espressione: “competizione fiscale“.
"Delocalizzazioni" e sistemi fiscali che promuovono gli investimenti esteri
Talvolta i politici subiscono qualche pressione per abbassare le aliquote fiscali e riformare il regime erariale, onde evitare che i capitali produttivi vengano mandati all’estero. Conosciamo tutti il fenomeno delle delocalizzazioni e tendiamo ad associarlo al più basso costo della mano d’opera e al tenore contenuto delle spese generali. Altresì, il grande capitale si muove verso quelle aree del pianeta che favoriscono gli investimenti esteri soprattutto grazie ad un sistema fiscale orientato alla promozione dell’investimento e alla conseguente crescita dell’economia e dell’occupazione. Gli investitori scelgono il sistema fiscale più favorevole – soprattutto considerando come siano diversi i sistemi fiscali di alcuni Stati rispetto ad altri meno fortunati – perché la politica fiscale è la prima leva che può influire sui profitti, sui redditi e sulla crescita economica in generale.
Il ruolo dei paradisi fiscali
In questo processo, i paradisi fiscali giocano un ruolo critico. Tornando sulla fiscalità internazionale, Richard Teather , della Bournemouth University, spiega che i paradisi fiscali rendono il mercato internazionale dei capitali più efficiente e agevolano la raccolta di capitali internazionali. I paradisi fiscali, rendendo il mercato internazionale dei capitali più efficiente, e assicurando che i capitali possano confluire verso gli investimenti più appropriati, migliorano l’efficienza dell’allocazione del capitale e, incrementano a sua volta anche il tenore di vita generale del pianeta. In questo modo, i paradisi fiscali avvantaggiano tutti noi, a prescindere che investiamo oppure no attraverso di essi.
Riduzione delle aliquote fiscali in alcuni stati OCSE
Dal 1980 e il 2001, la competizione fiscale ha portato ad una drammatica riduzione delle aliquote fiscali in molti stati OECD (non in Italia). Innescata dalla Thatcher e da Reagan, la riduzione delle aliquote fiscali ha determinato un calo delle aliquote fiscali massime di certi stati OECD di circa 22 punti percentuali. Come spiegò Teather (Institute for Economic Affairs, London, in Benefits of tax competition) , il bisogno di essere competitivi a livello internazionale sulla questione dell’esazione fiscale e della competizione fiscale, forzò i governi di adottare sistemi più competitivi e a razionalizzare l’attività delle loro amministrazioni. L’era dei mercati dei capitali internazionali, e la crescente competizione fiscale che ha generato, portarono negli Stati Uniti alla riforma della finanza pubblica degli anni ’80-’90. L’elemento chiave da tenere presente è che basse aliquote fiscali sono sinonimo di migliore politica economica. La competizione fiscale ha prodotto la riduzione delle imposte sui redditi d’impresa; dato che la nozione fondamentale della riforma fiscale, che si cava dalla letteratura economica sul sistema fiscale ottimale, suggerisce spesso la sostituzione delle imposte sui redditi con un’imposta sui consumi, possiamo dire che la competizione fiscale ha spinto i sistemi fiscali di alcune nazioni verso la direzione di un regime fiscale ottimale.
Come giustamente osservato dall’American Enterprise Institute:
“alti tassi d’imposizione fiscale sui redditi da capitale sono in netto contrasto con le implicazioni della teoria fiscale ottimale
di tutta la letteratura economica. Negli ultimi 3 decenni, numerosi
studi hanno concluso che un sistema fiscale ottimale nella maggior parte
dei casi non prevede una imposta sul capitale.
L’imposta sul capitale è una distorsione in economia; una distorsione
che nel tempo produce un collasso. Conseguentemente, anche una minima
imposta sul capitale non è mai ottimale. Se l’accumulazione di capitale e
la crescita economica soffrono, non sono soltanto i soggetti con
redditi elevati a pagare il prezzo. I lavoratori dipendenti stanno molto
meglio quando le loro paghe sono più alte, e lo stock di capitale,
quando è maggiore, li rende produttivi e alimenta la loro produttività
attraverso i salari”.
"Delocalizzazioni" e sistemi fiscali che promuovono gli investimenti esteri
Talvolta i politici subiscono qualche pressione per abbassare le aliquote fiscali e riformare il regime erariale, onde evitare che i capitali produttivi vengano mandati all’estero. Conosciamo tutti il fenomeno delle delocalizzazioni e tendiamo ad associarlo al più basso costo della mano d’opera e al tenore contenuto delle spese generali. Altresì, il grande capitale si muove verso quelle aree del pianeta che favoriscono gli investimenti esteri soprattutto grazie ad un sistema fiscale orientato alla promozione dell’investimento e alla conseguente crescita dell’economia e dell’occupazione. Gli investitori scelgono il sistema fiscale più favorevole – soprattutto considerando come siano diversi i sistemi fiscali di alcuni Stati rispetto ad altri meno fortunati – perché la politica fiscale è la prima leva che può influire sui profitti, sui redditi e sulla crescita economica in generale.
Il ruolo dei paradisi fiscali
In questo processo, i paradisi fiscali giocano un ruolo critico. Tornando sulla fiscalità internazionale, Richard Teather , della Bournemouth University, spiega che i paradisi fiscali rendono il mercato internazionale dei capitali più efficiente e agevolano la raccolta di capitali internazionali. I paradisi fiscali, rendendo il mercato internazionale dei capitali più efficiente, e assicurando che i capitali possano confluire verso gli investimenti più appropriati, migliorano l’efficienza dell’allocazione del capitale e, incrementano a sua volta anche il tenore di vita generale del pianeta. In questo modo, i paradisi fiscali avvantaggiano tutti noi, a prescindere che investiamo oppure no attraverso di essi.
Riduzione delle aliquote fiscali in alcuni stati OCSE
Dal 1980 e il 2001, la competizione fiscale ha portato ad una drammatica riduzione delle aliquote fiscali in molti stati OECD (non in Italia). Innescata dalla Thatcher e da Reagan, la riduzione delle aliquote fiscali ha determinato un calo delle aliquote fiscali massime di certi stati OECD di circa 22 punti percentuali. Come spiegò Teather (Institute for Economic Affairs, London, in Benefits of tax competition) , il bisogno di essere competitivi a livello internazionale sulla questione dell’esazione fiscale e della competizione fiscale, forzò i governi di adottare sistemi più competitivi e a razionalizzare l’attività delle loro amministrazioni. L’era dei mercati dei capitali internazionali, e la crescente competizione fiscale che ha generato, portarono negli Stati Uniti alla riforma della finanza pubblica degli anni ’80-’90. L’elemento chiave da tenere presente è che basse aliquote fiscali sono sinonimo di migliore politica economica. La competizione fiscale ha prodotto la riduzione delle imposte sui redditi d’impresa; dato che la nozione fondamentale della riforma fiscale, che si cava dalla letteratura economica sul sistema fiscale ottimale, suggerisce spesso la sostituzione delle imposte sui redditi con un’imposta sui consumi, possiamo dire che la competizione fiscale ha spinto i sistemi fiscali di alcune nazioni verso la direzione di un regime fiscale ottimale.
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