Siti incontri seri

sabato 22 giugno 2013

Tregua fiscale per sopravvivere la crisi

Ciò che serve per sopravvivere la crisi è, anzitutto, una Tregua Fiscale

Nonostante la prepotenza con la quale la realtà urta e batte la già tragica condizione di recessione economica italiana (e dell'Europa tutta), idioti e parassiti insistono a ripetere sempre gli stessi luoghi comuni; la pressione fiscale viene messa sempre in qualche relazione con l'evasione fiscale; cioè, le cose vanno male, mancano i denari per fare gli acquisti, le imprese chiudono e i lavoratori vengono defenestrati, perché sarebbe colpa di "altri cittadini più furbi che non pagano le tasse".

Si vuole che siano i cittadini, alcuni, i responsabili dei danni fatti in trentacinque anni di lavoro per mettere in ginocchio l'economia italiana ed europea, e non i parassiti che sono in posizione chiave del potere o i moralisti ignoranti che riempiono di stronzate gli show televisivi. E però i dati sono difficili da reperire; non che siano nascosti, è solo che le informazioni critiche sono nascoste dalla esagerata visibilità della moltitudine di articoli e di dichiarazioni che vengono sfornate fresche tutti i giorni da suggeritori senza scrupoli e dai commentatori ignoranti che appaiono sistematicamente in televisione e sulla stampa.

Le masse popolari se ne vanno con l'articolo del giornale; ma di tutte le chiacchiere che stanno sotto l'articolo non rimane nulla in memoria. E non serve che rimanga. L'articolo basta: 


"Occorre ridurre la pressione fiscale sulle imprese attraverso una seria lotta all'evasione e la riduzione della spesa pubblica."

Sempre le stesse cazzate, a onta dei dati che insistono a creare disagio e dei commenti ingenui dei quelli che "siamo nell'Euro per non finire come l'Africa".

Il teorema sarebbe:

a) prima stavamo bene;
b) ora stiamo malissimo,
c) però, se non facessimo come facciamo, staremmo ancora peggio".

Aristotele, in questo ragionamento non vi seguirebbe.

a + b = meglio tornare come eravamo prima.

c =  

pressione fiscale al 53%,  
pressione fiscale sulle imprese è del 68,6%
nel 2012 sono state licenziate 1.027.462 anime, (secondo l'interpretazione confusa che i giornalisti del corriere danno sui dati del Ministero del lavoro, sezione denominata, chissà perché, "Sistema delle comunicazioni obbligatorie"),
nel 2012 sono state chiuse 104.000 imprese

secondo Eurostat, nel 2012 i disoccupati in Europa sono 25.068.000.

La pressione fiscale è misurata sulle imposte e sulle tasse effettivamente riscosse; la pressione fiscale sul pil è la più alta d'Europa; ma se si riesce già a prelevare sul pil il 70%, cos'altro mancherebbe da esigere? Solo il 30% del pil non viene sottratto dall'erario. A quanto ammonterebbe l'evasione? Con quanta parte di quel 30% si incentiverebbero i consumi, gli investimenti e si rilancerebbe l'economia?

Tregua fiscale e paradisi fiscali


I paradisi fiscali favoriscono il movimento dei capitali e offrono incentivi per accumulare ulteriore accrescimento di ricchezza. Qualunque nuova imposta, ed ogni aumento di un'imposta esistente, ha un duplice effetto distruttivo. Anziché combattere la competizione fiscale, non ci sarebbe altro di più urgente da fare che limitare l'attuale oppressione fiscale: concedere una tregua fiscale per consentire una ripresa della crescita economica e il superamento della crisi.

La competizione NON è perniciosa; piuttosto, l’assenza di competizione, sì.
Lo stesso vale per la gestione della cosa pubblica, particolarmente per la gestione delle politiche fiscali. Nel tentativo di prevenire la competizione fiscale, l'OECD, o gli stati membri dell'Unione Europea, desiderano privare i cittadini del mondo della loro libertà di scegliere per sé stessi, o per le loro attività produttive, l'ordinamento fiscale che preferiscono. Per raggiungere lo scopo (un altro paradosso) lo Stato cerca di formare cartelli pubblici internazionali mentre pretende di combattere i cartelli privati. Ma il cartello privato potrebbe anche non essere permanentemente dannoso se certe libertà produttive, cioè di competizione, fossero rese possibili. Ecco perché, più spesso di quanto non si creda, i cartelli privati sono persino vantaggiosi e tendono a soddisfare meglio le esigenze specifiche dei clienti. Altresì, i cartelli pubblici, che sono esplicitamente creati per impedire la competizione, è inevitabile che siano rovinosi, come pure, purtroppo, durevoli.

Inibendo la competizione fiscale, per esempio cercando di armonizzare le politiche fiscali o facendo la guerra ai paradisi fiscali, gli stati ad alta imposizione fiscale, che in base al loro stesso sillogismo dovrebbero essere indicati come inferi fiscali, spogliano i loro cittadini di uno dei maggiori benefici della competizione: la possibilità di provare delle alternative. Come Friedrich Hayek spesso puntualizza, la competizione è un "processo di ricerca e di scoperta". In un mondo puramente immaginario di conoscenza perfetta, la competizione sarebbe certamente superflua, perché ciascuno saprebbe di già in principio quali sono le migliori soluzioni ai problemi. Ma non viviamo in un modo di questo tipo. Eppure questo è esattamente ciò che i paesi ad alta imposizione fiscale  vorrebbero darci a bere facendo la  guerra ai paradisi fiscali. Quelli propinano che le loro politiche fiscali sono le migliori possibili e che ogni competizione porterebbe ad una "corsa al ribasso verso il fondo".

Ma se le aliquote fiscali imposte negli inferi fiscali fossero ottimali, non si avrebbero le fughe di capitali. Per lungo tempo, drastici controlli sui tassi di cambio hanno consentito a molti stati di spogliare il capitale privato. Quegli Stati ad alta oppressione fiscale semplicemente non possono tollerare che i loro schiavi d'imposta tentino di scappare verso lidi più felici. Perché quelle aree non solo favoriscono il movimento dei capitali ma offrono incentivi per accumulare ulteriore accrescimento di ricchezza.
È triste doverlo riconoscere ma, nel contemporaneo contesto intellettuale, serve un gran coraggio per difendere le idee a favore delle libertà individuali e dei diritti universali. Eppure, esse sono basate su solide teorie economiche e su reali conoscenze del comportamento degli individui in società. Questa nota rappresenta gli elementi essenziali sul caso della competizione fiscale. Oltre a ciò, offre un nuovo e rimarchevole strumento con l'indice dell'oppressione fiscale. Ed è propriamente oppressione quella di cui parliamo.

Qualunque nuova imposta, ed ogni aumento di un'imposta esistente, ha un duplice effetto distruttivo

A) inibisce la spinta dei contribuenti ad agire e a produrre
B) vanifica l'incentivazione produttiva dei beneficiari della redistribuzione del reddito.

Questo penoso aspetto distruttivo dell'imposizione fiscale giustifica pienamente lo sforzo di valutare l'oppressione fiscale: anziché combattere la competizione fiscale, non ci sarebbe altro di più urgente da fare che limitare l'attuale oppressione fiscale.



Dell'assegnazione dell'attributo: paradiso fiscale
L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, (traduzione impropria di OECD) è l’ente più qualificato per determinare i criteri di assegnazione ad uno Stato del termine paradiso fiscale e per stilare una lista ufficiale, generalmente presa per buona, dei paradisi fiscali. Tutte le altre fonti d’informazione, fatta eccezione per l’Ufficio delle Entrate Erariali Italiano - che è capace di produrre elucubrazioni anche più creative, articolate e fantasiose - , attingono da lì, e cioè dall' OECD-OCSE.
OECD è uno dei tanti acronimi che aiutano a semplificare e a  confondere il lavoro delle menti pigre e suggestionabili degli organi di stampa privilegiati; OECD sta per Organization for Economic Co-operation and Development; il significato è leggermente diverso da quello indicato nella traduzione italiana riferita all’OCSE. E cioè, significa Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (economico anch’esso presumibilmente).

Elementi sui Paradisi fiscali e sugli inferi fiscali: la competizione fiscale
Viviamo in un tempo animato da paradossi. Ma, più spesso di quanto sembri, questi paradossi originano dagli abusi degli Enti di Stato. Gli Stati dichiarano di implementare politiche sulla libera competizione in modo da poter imporre la libera competizione ai produttori privati. Tuttavia, la competizione non è altro di più che la libertà di agire, la libertà di fare cose diverse da altri. Perciò è già paradossale per definizione la volontà di imporre libertà o ambiti di libertà.
Ed è anche più paradossale che questi medesimi Stati non vogliano conformare anche loro stessi alle regole che dichiarano di imporre ad altri soggetti. Fanno la guerra contro la competizione fiscale, recitando falsamente che la competizione fiscale sia controproducente (e questo è un concetto proposto proprio da OECD, incurante della neutralità che un simile istituto dovrebbe essere votato a praticare e del più elementare senso di onestà). Come può uno argomentare a favore dell'idea che la libertà di agire e di decidere per conto proprio sia perniciosa e controproducente?
Dichiaratamente, quando un produttore privato vede arrivare un concorrente in grado di offrire prodotti migliori a prezzi più bassi, egli teme di perdere clienti e che tale competizione possa essere dannosa per lui. Quegli potrebbe essere tentato, contro ogni logica e senso morale, a denunciare tale competizione (competizione che probabilmente chiamerà "sleale") e a cercare l'intervento della coercizione dello Stato in modo da inibire la libertà dell'altro produttore di fare e vendere. Ovviamente, se le sue querele vengono ascoltate e se uno Stato impianta le protezioni necessarie per permettergli di continuare ad offrire prodotti meno soddisfacenti per i suoi clienti, rispetto a quelli del suo concorrente, allora ci saranno delle vittime; precisamente, i consumatori, che verranno privati da potenziali vantaggi, e gli altri produttori concorrenti, che saranno privati di un mercato naturale. È quindi vero l'opposto di ciò che tendono a mescere quegli Stati che fan la guerra alla competizione fiscale e ai paradisi fiscali: la competizione NON è perniciosa; piuttosto, l'assenza di competizione, sì, lo è.

Competizione fiscale funesta

 A prescindere dal ragionamento sul se l'aumento della spesa pubblica gestito per combattere la recessione sia una manovra appropriata oppure no, è da ricordare che l'OECD aveva già pubblicato il suo primo rapporto sulla "competizione fiscale funesta" nel 1998, su richiesta, due anni prima, dei paesi ad alta imposizione fiscale. L'obiettivo di codesti governi, era esplicitamente quello di inibire la libertà di movimento dei capitali reprimendo il ruolo della competizione fiscale "sugli investimenti, sulle decisioni finanziarie e le conseguenze per la base d'imposta nazionale". Subito dopo questo rapportino, l'OECD adottò una raccomandazione sulla "guerra contro pratiche fiscali perniciose", sulla quale due membri fondatori dell'organizzazione, Svizzera e Lussemburgo, si sono astenuti. Queste due nazioni, tuttavia, avrebbero potuto porre il loro veto e conseguentemente prevenuto l'intensificazione di questo conflitto; l'esito del conflitto ora lo conosciamo: esso include, contro la loro volontà, diversi stati originariamente contrari, e fortemente contrari, alle conclusioni del rapporto che hanno loro malgrado ceduto alle pressioni politiche internazionali. In particolare, quelle raccomandazioni OECD di cui si parlava di sopra, hanno istituito il "Forum sulle pratiche fiscali nocive" (Forum on Harmful Tax Practices) il cui scopo essenziale è quello di far pressione sugli stati ritenuti "in difetto" e di riferire periodicamente sui risultati di questo suo ingrato lavoro. Contemporaneamente, l'Unione Europea ha sposato questa sciagurata causa contro la "competizione fiscale nociva" con l'obiettivo reale di avanzare lo stato di centralizzazione del controllo fiscale a livello europeo. (Vedi: Pierre Bessard, “Das europäische Steuerkartell und die Rolle der Schweiz”, Liberales Institut, 2008). Dopo il vertice G20, la Commissione Europea avanzò diverse misure per intensificare lo scambio d'informazioni fra stati e incoraggiare la cosiddetta "competizione fiscale leale", dichiarando che: "con la crisi finanziaria, è necessario che i governi nazionali salvaguardino i loro introiti fiscali più che mai"(vedi: European Commission, “Taxation and Good governance..April 28, 2009"). La Commissione raccomanda soprattutto di discutere contromisure nei confronti delle "giurisdizioni non collaborative in ambito d'imposizione fiscale" svergognate nelle liste multicolori del segretario dell'OECD. Considerando l'esteso indebitamento dello stato sociale a livello europeo e le promesse non finanziate dei futuri pensionamenti, il piano di contromisure contro i paradisi fiscali non dovrebbe sorprendere. Attualmente, la spesa per il non riformato sistema di redistribuzione sociale rappresenta più della metà della spesa pubblica degli stati OECD e più di un quarto del PIL (28,5% in Francia e 27,4% in Germania, per esempio). Il costo della mancata riforma del sistema sociale è considerato una pericolosa bomba a orologeria (vedi il rapporto IMF sullo stato della finanza pubblica 6/3/2009). Eppure l'OECD, assieme agli stati ad alta oppressione fiscale, alimentano il loro delirio squalificando l'ottimizzazione fiscale e rappresentandola come un ostacolo al finanziamento dei servizi pubblici, come per esempio la scuola, dove tutti faremmo bene a ritornare. Ed ecco che la spesa pubblica per l'istruzione ammonta ad appena il 5,8% del PIL nei paesi OECD (5,1% in Germania e 6% in Francia - vedi data base di OECD, 2008), che è un quarto della spesa per la sanità. Questi rapporti sottolineano la demagogia delle argomentazioni somministrate dai rappresentanti delle élite al potere sul "finanziamento della spesa per l'istruzione" per screditare i paradisi fiscali; ed è demagogia ben evidente. Questo documento rivaluta la guerra dell'OECD contro la cosiddetta "competizione fiscale nociva" e i cosiddetti paradisi fiscali, con la prospettiva della società civile, e dimostra che gli unici beneficiari della guerra ai paradisi fiscali sono gli stati ad alta oppressione fiscale non riformati a discapito dei loro cittadini e della loro prosperità. Lo studio quantifica con i criteri indicati di sopra, l'indice del livello di oppressione fiscale, il carico degli oneri fiscali, il peso dato alla legittimità del sistema fiscale e il livello di protezione del diritto alla riservatezza nei 30 paesi membri dell'OECD.

Tuttavia, nonostante la potente opera di propaganda e l'iniquità dell'oppressione fiscale sui cittadini contribuenti, esistono ancora limitati spazi di libertà o di autonomia possibile. È infatti abbordabile anche per i mortali, e per i comuni contribuenti, l'equo tentativo di preservare parte del personale risparmio e della personale ricchezza dall'oppressione fiscale; per il momento, infatti, non vi sono limitazioni concrete all'apertura di conti offshore e alla costituzione di società offshore in nazioni felici chiamate "paradisi fiscali".
Aprire società offshore nei paradisi fiscali di Hong Kong, Samoa, Isole Vergini Britanniche, Seychelles e Isole Marshall, è un'opportunità di salvezza per il futuro dell'imprenditore onesto che vuole sopravvivere e tenta di salvare il salvabile dall'esagerata ed iniqua imposizione fiscale. I vantaggi nell'aprire società offshore nei paradisi fiscali sono semplici e perfettamente legali: esenzione fiscale, contabilità semplificata, procedure rapide e flessibili, nessun obbligo sulla nomina di collegi sindacali, tutela della libertà della riservatezza bancaria.





Nessun commento:

Posta un commento

Cosa ne pensi?